EUTOPIA

Opera Relazionale

L’Arte relazionale, non produce opere ma possibilità di vita.
L’obiettivo è ben inteso concettuale: arrivare alla consapevolezza che ognuna di noi, con il proprio agire dato dalle proprie scelte, ha un valore. Ma come realizzare e condividere ciò concretamente, davanti alle urgenze del vivere? Come dare vita ad azioni?
Ci diceva Simone de Beauvoir che la prima forma di indipendenza è quella economica, in questa nostra società dove il denaro non è più solo un titolo giuridico ma la prima materia di scambio, dobbiamo allora fare qualcosa per procurarcelo.
Un artista relazionale come lo può fare? Opere Collettive.
Insieme realizziamo tappeti, utili tappeti con materiale di riciclo, risultanza della lavorazione delle calze. Li realizziamo a tessere, cellule che insieme diventano opera, organismo.
Ci scriviamo sopra con lettere o figure archetipe della nostra storia, che nascono dalle nostre vite, dalle nostre conversazioni, dalle nostre domande.
E poi proviamo a scambiarli, questo ci fa fare esperienza del piacere d’essere autrici, di produrre bellezza e “ricchezza” condivisa, realmente.

Patrizia Fratus

Quel che ci tranquillizza… è infilare un filo,
quel famoso filo del racconto di cui è
fatto anche il filo della vita.
Robert  Musil, L’uomo senza qualità

 

Il significato del termine “mito” nel senso di leggenda, narrazione simbolica che risponde a domande per cui non abbiamo risposte verificabili, deriva da mythos, discorso, storia, favola.
Nel linguaggio scientifico e biologico, “mito” significa filo, forma parole come mitosi (processo di creazione di due cellule) e mitocondrio (componente della cellula a carattere filiforme).
Deriva dal sostantivo greco mìtos nel senso di filo e per estensione ordito, trama.

Nella Repubblica di Platone, si racconta il mito di Er, soldato della Panfilia che risorse dalla morte avvenuta in battaglia e che risvegliatosi racconta quanto visto del mondo invisibile: Le anime dei defunti, dopo alcuni giorni di cammino, giungono a un luogo in cui si scorge la luce, dritta come una colonna, fasciata da corde, al cui interno è sospeso il fuso delle necessità.

Sui cerchi del fuso, in circolo, sedute a intervalli uguali, ciascuna su un trono, le figlie della necessità, le parche: Lachesi, Cloto e Atropo che sull’armonia delle sirene cantano, rispettivamente, il passato, il presente, il futuro.
Mentre si legge la descrizione di questa scena, chi è nato fino agli anni 70, rievoca sicuramente una scena famigliare. Fino alla fine degli anni ottanta non era insolito imbattersi in un circolo femminile in cui il filo era protagonista, per diletto  e necessità, per imparare un’arte tanto antica da essere raccontata nei miti. Arte indispensabile per creare il “proprio corredo” la dote preparata dalle donne della famiglia  e dalla stessa futura sposa, come bagaglio essenziale verso la vita matrimoniale e quindi nella società.
Questo scenario, di donne in circolo unite da un filo, è ormai un’esperienza rara da fare, la corsa sfrenata del nostro tempo non ci consente un fare cosi lento, ma  viene recuperato nelle modalità  dell’arte di Patrizia Benedetta Fratus, che consapevole di quanto sia ancora indispensabile la tiene viva e la condivide, dispensandola come necessario bene comune.

Il filo (che in greco vuol dire amare) cuce, mette insieme, è capace di renderci compassionevoli alle storie altrui. È Atene che presiede l’arte della filatura, arte che apprende (a raccontarlo è sempre Platone) da Amore, collegando desiderio, passione, amore, sapienza ma soprattutto l’inevitabile e il necessario, ciò a cui la nostra artista si sente chiamata a rispondere con rigore.
L’altra dea che protegge la filatura è Afrodite, la dea della bellezza, di ciò che è bello e necessario. Patrizia Benedetta Fratus, con amore armonizza il mondo e lo fissa, lega e mette insieme, in un dialogo tutto femminile, il filo è un modo di mettersi  in comunicazione diretta,  per dialogare con la ferita della donna, non le sue ferite e non le ferite delle donne con cui dialoga ma la Ferita ciò che da sempre offende e ferisce il femmineo, nel tentativo di depotenziarlo.

Patrizia è come un personaggio mitico, mi viene in mente Chirone il centauro padre della medicina, cuce e guarisce, e nel suo tessere, sistema il mondo, lo aggiusta, lo guarisce nel profondo, andando a ricucire non solo in modo simbolico, metafisico, metaforico ma pratico.
Modula la vita, in un’attività continua, che si ripone la sera per essere “ripresa in mano” la mattina, in una continuità che è quella dell’esistenza, per raccontarla ma soprattutto per pensarla e organizzarla.

Da sola, nel suo laboratorio, o negli spazi della casa di accoglienza (spazio segreto e ancor più affascinante) dove incontra donne intente a rielaborare il dolore di un passato spesso segnato da violenza, Patrizia ha un filo tra le mani, e condividendo la sua esperienza aiuta altre donne a costruire il bagaglio per il futuro.
Tra le trame di questi fili, si delinea anche la possibilità di un nuovo modello economico, in cui la riappropriazione di questa capacità manuale può diventare riscatto sociale e possibilità di una indipendenza economica. È solo una possibilità, ma è già tantissimo, è una piccola luce che l’artista suggerisce al mondo.
Il destino si può così riprendere in mano, in una attività che unisce cuore e mani a realizzare qualcosa di bello e utile, ancor di più perché FATTO.

L’arte dell’artista bergamasca, non ha un linguaggio astratto, non e un concetto, ma è materia, corpo vivente, non è un caso che il corpo è stato spesso protagonista del suo lavoro.
L’aurea delle sue opere non scaturisce dall’etereo ma dalla materia, parola che non a caso deriva da Mater, Madre, e che non può non condurci alla terra. L’arte è come una zolla in apparenza arida ma che torna, sempre, a fiorire.

Katia Daniela Greco